Dazi e sanzioni: chi può guadagnare dalle guerre economiche
In una guerra economica, un cliente perso da un’impresa può diventare un nuovo ordine per un concorrente di un altro Paese. La misura decisa da un governo raggiunge così aziende che non erano il suo bersaglio, cambiando opportunità e rapporti commerciali.
Il Working Paper BIS n. 1386, Geoeconomic pressure, pubblicato il 19 ottobre 2026, ricostruisce queste reazioni attraverso le dichiarazioni dei dirigenti aziendali. I tre casi studiati riguardano i controlli sulle esportazioni tecnologiche, le sanzioni alla Russia e i dazi statunitensi.
Le guerre economiche raccontate dalle imprese
Gli autori hanno analizzato circa 624.000 trascrizioni aziendali, relative a circa 22.000 imprese fra il 2008 e il 2026. Sono soprattutto conference call sui risultati e incontri con gli investitori, nei quali i manager illustrano l’andamento dell’attività e rispondono alle domande.
Per esaminare una quantità di testi così ampia, i ricercatori utilizzano modelli linguistici. I modelli classificano i passaggi in cui un’impresa dichiara di risentire di una politica economica e riconoscono le conseguenze che le attribuisce: costi maggiori, nuovi investimenti, vendite perse o fornitori sostituiti.
Sono attribuzioni dei dirigenti, non rapporti causali dimostrati dalla ricerca: se un amministratore collega una perdita ai dazi, il modello registra quella spiegazione, ma non può stabilire da solo quanto sarebbe accaduto senza quei dazi.
I controlli sui chip e la ricerca di alternative cinesi
I controlli sulle esportazioni limitano la vendita di determinati beni o tecnologie a destinatari esteri. Quelli statunitensi rivolti alla Cina interessano in particolare i semiconduttori avanzati e la loro filiera, essenziali anche per l’intelligenza artificiale.
Per le imprese cinesi coinvolte, la restrizione può significare perdere l’accesso a componenti e strumenti difficili da sostituire. Nelle dichiarazioni analizzate emerge però anche una risposta diversa: aumentare la ricerca e gli investimenti nazionali per sviluppare alternative.
L’analisi dedicata ai controlli sulle esportazioni mostra che le aziende collegano esplicitamente parte di questi sforzi alla volontà di ridurre la dipendenza tecnologica dall’estero. Alcune segnalano nuove opportunità sul mercato interno quando i concorrenti stranieri non possono più servirlo.
La restrizione produce quindi un ostacolo immediato e un incentivo a cercare una strada diversa. Per chi la impone, ridurre oggi l’accesso a una tecnologia può accompagnarsi a maggiori tentativi di sostituirla domani.
Investire in ricerca, tuttavia, non garantisce di raggiungere le capacità dei fornitori esclusi. Lo sviluppo di alternative richiede risorse e può incontrare difficoltà. Gli annunci raccolti documentano lo sforzo delle imprese, senza dimostrare che abbiano già ottenuto l’autonomia tecnologica.
Le sanzioni alla Russia aprono spazi anche altrove
Con le sanzioni alla Russia, il confronto si allarga alle imprese dei Paesi che le hanno imposte e a quelle dei Paesi rimasti fuori dalla coalizione.
Fra le aziende statunitensi ed europee interessate, i dirigenti descrivono soprattutto ricavi persi, svalutazioni di attività e costi legati all’interruzione dei rapporti con il mercato russo. Le imprese europee segnalano anche difficoltà nelle forniture e maggiori costi degli input.
Per alcune aziende di Paesi terzi, fra cui Cina e India, la rottura di quei rapporti crea invece occasioni commerciali. Il capitolo sulle sanzioni descrive opportunità in entrambe le direzioni: servire clienti russi rimasti senza un fornitore oppure rifornire clienti occidentali che prima acquistavano dalla Russia.
Le imprese indiane menzionano anche il vantaggio di acquistare petrolio russo a prezzi scontati rispetto alle quotazioni internazionali. La riorganizzazione dei flussi commerciali può favorire inoltre operatori del trasporto e della logistica.
Restare fuori dalla coalizione sanzionatoria non assicura però un guadagno. Anche aziende cinesi e indiane dichiarano conseguenze negative, legate alla domanda, ai costi e alle perturbazioni delle catene produttive.
Esistono differenze anche all’interno dei Paesi che impongono le misure: alcune imprese energetiche statunitensi, per esempio, riferiscono benefici dalla maggiore domanda europea di forniture alternative a quelle russe. Il confine fra benefici e perdite attraversa gli stessi schieramenti.
I dazi americani pesano anche sulle imprese americane
Un dazio è un’imposta su una merce importata. Quando colpisce un componente usato da un produttore nazionale, può aumentarne i costi.
Nella sintesi iniziale dello studio, gli autori riportano che il 73% delle imprese statunitensi del campione interessate dai dazi imposti dagli Stati Uniti dichiara conseguenze negative. Fra quelle che segnalano un impatto negativo, il 58% riferisce un aumento dei prezzi degli input, cioè dei beni e servizi acquistati per svolgere l’attività.
Il primo gruppo comprende quindi le imprese americane osservate che dichiarano di risentire dei dazi USA; il secondo è il sottogruppo che ne lamenta conseguenze negative. Le elaborazioni seguono le imprese nei diversi trimestri: la stessa azienda può comparire più volte. Le percentuali non descrivono tutte le imprese statunitensi.
Alcune aziende aumentano i listini per trasferire il rincaro ai clienti, ma assorbono una parte del costo riducendo i margini.
Un esempio ipotetico: un produttore americano che importa componenti tassati può dover alzare il prezzo finale. Un concorrente che utilizza forniture nazionali può trovarsi in una posizione migliore. Fra le imprese che dichiarano benefici, gli autori rilevano proprio aumenti delle vendite e dei margini associati allo svantaggio dei concorrenti.
Cambiano anche le catene produttive. Nell’approfondimento sulla guerra commerciale del 2025, le imprese americane che dichiarano di riorganizzare le forniture indicano spostamenti dalla Cina verso altre destinazioni, fra cui Stati Uniti, Vietnam e Messico. Sono risposte selezionate fra le imprese coinvolte, non la prova di un trasferimento generalizzato della produzione mondiale.
Quanto possiamo ricavare dalle dichiarazioni
La raccolta privilegia le grandi imprese quotate, più presenti nelle banche dati e nelle comunicazioni agli investitori. Le aziende minori risultano meno rappresentate; la copertura delle imprese russe si riduce fortemente dopo l’invasione dell’Ucraina.
I dirigenti possono inoltre scegliere quali problemi discutere e come presentarli. I modelli linguistici aggiungono possibili errori di classificazione. Gli autori confrontano più modelli, verificano alcuni risultati con dati osservabili e ripetono parte dell’analisi sui rapporti degli analisti, senza eliminare tutte queste incertezze.
Le conclusioni appartengono agli autori e non rappresentano necessariamente la posizione della BIS. Il lavoro non offre un bilancio complessivo dell’efficacia politica di dazi e sanzioni.
La posizione nella filiera conta quanto la nazionalità
Per leggere le conseguenze di una guerra economica, il Paese in cui ha sede un’impresa è un indizio insufficiente. Conta se acquista materiali soggetti a dazio o li produce, se dipende da una tecnologia estera o può tentare di sostituirla, se perde un cliente o può servirne uno rimasto senza fornitore.
La chiave di lettura è la posizione nella filiera. Una politica può ostacolare determinate relazioni commerciali e contemporaneamente rendere più convenienti altre scelte. I guadagni di alcune aziende non cancellano i costi delle altre, ma spiegano perché la mappa delle conseguenze economiche sia più articolata di quella degli schieramenti politici.