Finanza dal mondo

Imprese pubbliche: crescono nel mondo, ma chi ne verifica i risultati?

Nel 2024 le 33.834 grandi imprese pubbliche censite dall’OCSE possedevano complessivamente circa 141.000 miliardi di dollari di attività patrimoniali e impiegavano 43 milioni di persone. Nei loro bilanci rientrano crediti e titoli, ma anche immobili, reti e impianti.

Parliamo quindi di uno stock di attività. La cifra non va confusa con il valore di mercato delle aziende, con il loro fatturato o con la ricchezza prodotta in un anno. Anche il patrimonio netto è una misura diversa, che si ottiene sottraendo le passività dalle attività.

Il rapporto Ownership and Governance of State-Owned Enterprises 2026, pubblicato il 22 ottobre 2026, ricostruisce la crescita delle risorse gestite da queste imprese. Fra il 2013 e il 2024 le attività delle grandi aziende pubbliche non finanziarie censite sono quasi raddoppiate al netto dell’inflazione.

Banche, energia e infrastrutture: dove opera lo Stato

Di quei 141.000 miliardi, circa 102.000 appartengono a imprese finanziarie pubbliche. Alle aziende non finanziarie ne fanno capo circa 38.900. Nel bilancio di una banca pesano soprattutto crediti e investimenti finanziari; in quello di un’impresa industriale possono avere un ruolo centrale fabbriche, impianti e reti.

Le aziende a partecipazione pubblica operano nell’energia, nei trasporti e nelle telecomunicazioni, oltre che nelle infrastrutture, nella manifattura e nelle attività estrattive. Le loro decisioni, dunque, possono influenzare molte altre imprese e l’accesso dei cittadini a servizi essenziali.

Sul piano geografico, le economie emergenti raccolgono l’80% delle attività complessive delle imprese pubbliche censite. Il peso della Cina è particolarmente evidente nel comparto non finanziario, dove rappresenta il 56% del numero di aziende, il 61% dell’occupazione e il 62% delle attività patrimoniali del campione mondiale.

Nel dataset, però, rientrano anche partecipazioni di minoranza. L’OCSE include le società nelle quali soggetti pubblici, nazionali o esteri, detengono complessivamente almeno il 25% del capitale, direttamente o indirettamente. La soglia segnala un’influenza potenzialmente significativa, senza coincidere necessariamente con il controllo di maggioranza.

Più imprese censite e più risorse gestite

Nel tempo è aumentato anche il numero delle aziende rilevate. Fra il 2013 e il 2024 le grandi imprese pubbliche non finanziarie censite passano da 9.584 a 26.068. Il numero aumenta quindi molto più del valore delle loro attività, quasi raddoppiato nello stesso periodo in termini reali. Il confronto esclude banche e altri intermediari finanziari.

Più risorse gestite, però, non significano un aumento equivalente del peso delle imprese pubbliche rispetto alle altre grandi aziende. La quota delle loro attività sul totale delle grandi imprese non finanziarie è rimasta sostanzialmente stabile. Nel frattempo sono cresciuti anche gli attivi delle altre grandi imprese.

Una parte dell’aumento delle aziende censite può inoltre dipendere dall’ampliamento della copertura statistica, che varia fra regioni. Le imprese in più nel dataset non corrispondono necessariamente a società appena nate o diventate pubbliche.

Il documento metodologico sul Global State-Owned Enterprises Dataset descrive un lavoro basato su Orbis, una banca dati societaria internazionale. Il rapporto di ottobre seleziona imprese con almeno 100 milioni di dollari di attività, espressi a prezzi del 2024. Le informazioni disponibili variano fra Paesi e non permettono sempre di ricostruire tutti i legami di proprietà. Non siamo quindi davanti a un censimento completo di ogni impresa pubblica mondiale.

Che cosa deve ottenere un’impresa pubblica?

Per studiarne la gestione, l’OCSE affianca al dataset un’indagine sulle politiche di proprietà e governance in 58 economie. Il dataset descrive le aziende e i loro bilanci; l’indagine raccoglie dalle autorità informazioni sulle regole e sulle pratiche nazionali.

Solo il 43% delle economie esaminate dispone di un documento unitario di alto livello che definisca obiettivi e ragioni della proprietà statale. Nella metà del campione la politica è distribuita fra più fonti giuridiche e amministrative. Gli indirizzi esistono, dunque, ma per ricostruirli occorre mettere insieme testi diversi.

Immaginiamo un’impresa energetica pubblica alla quale il governo chieda di aumentare i dividendi, finanziare nuove infrastrutture e garantire un servizio accessibile anche dove rende poco. Sono obiettivi legittimi, che possono però entrare in conflitto. Distribuire più utili lascia meno risorse per gli investimenti; mantenere un servizio economicamente svantaggioso comporta costi da finanziare.

A quel punto, per giudicare gli amministratori bisogna sapere quali impegni abbiano la precedenza e con quali risorse vadano realizzati. Deve essere chiaro anche chi abbia deciso i compromessi. Un utile inferiore alle attese potrebbe dipendere da inefficienze oppure da un compito pubblico non adeguatamente compensato. Se i conti non distinguono le due situazioni, valutarle diventa difficile.

Separare i conti serve proprio a rendere riconoscibili i costi degli obblighi di servizio pubblico. Nel 48% delle 58 economie esaminate le autorità segnalano compensazioni collegate ai costi sostenuti, con contabilità separata. È un modo per valutare l’attività commerciale e il servizio richiesto senza che finanziamenti e risultati dell’una nascondano quelli dell’altro.

Quando poi un’impresa pubblica compete con aziende private, contano anche le regole applicate. Il 57% dello stesso campione dichiara che le imprese pubbliche generalmente non beneficiano di esenzioni nelle aree normative considerate, fra cui concorrenza, insolvenza e appalti. Eventuali trattamenti particolari dovrebbero essere motivati dalle funzioni svolte.

Queste percentuali descrivono gli assetti nazionali riportati nell’indagine OCSE. La loro applicazione nelle singole imprese resta una questione da verificare nella pratica.

Che cosa racconta il confronto con le aziende private

Per confrontare i risultati economici, il rapporto considera aziende pubbliche e private in sei comparti non finanziari. Sono le costruzioni, la manifattura, le attività estrattive, l’immobiliare, i servizi e il commercio all’ingrosso.

Uno degli indicatori utilizzati è il rendimento del capitale proprio, o ROE, che mette in rapporto l’utile con il patrimonio netto. Per ciascun anno viene calcolata la mediana, cioè il valore centrale fra i risultati delle imprese. La media di questi valori nel periodo 2013–2024 è stata circa il 4,7% per le aziende pubbliche e il 6,4% per quelle private del campione. È redditività contabile, non il rendimento ottenuto in Borsa dagli azionisti.

Il divario, tuttavia, cambia secondo settori e regioni. Nelle attività estrattive il confronto risulta favorevole alle imprese pubbliche. L’analisi rileva differenze anche nella struttura delle passività e negli investimenti.

Il confronto, però, non isola l’effetto della proprietà statale. Anche imprese dello stesso comparto possono avere mandati, mercati e condizioni operative differenti.

Una redditività inferiore non equivale automaticamente a una gestione peggiore. Un servizio richiesto dallo Stato può avere un valore per la collettività anche quando rende poco. Per questo il confronto economico va affiancato alla verifica del servizio effettivamente fornito e delle risorse impiegate.

L’Italia: proprietà, servizi e responsabilità

Anche in Italia, secondo la classificazione OCSE, la politica di proprietà pubblica è distribuita fra diverse fonti. È un dato sull’organizzazione delle regole, dal quale non si possono dedurre problemi di gestione delle singole società.

Le diverse responsabilità si vedono nel caso del gruppo Ferrovie dello Stato. La relazione finanziaria annuale 2025, pubblicata nel 2026, indica il Ministero dell’Economia e delle Finanze come socio unico della capogruppo.

All’interno del gruppo, Rete Ferroviaria Italiana gestisce l’infrastruttura ferroviaria nazionale. Il finanziamento degli investimenti e delle attività di manutenzione e gestione della rete è regolato attraverso i contratti di programma con lo Stato. Lo Stato è quindi azionista della capogruppo e, attraverso appositi contratti, definisce il finanziamento dei compiti affidati a RFI.

Per giudicarne la gestione occorre quindi leggere i bilanci insieme agli impegni contrattuali, verificando le opere realizzate e la qualità del servizio.

Il numero delle partecipazioni e la dimensione dei bilanci raccontano quanto sia estesa la presenza pubblica. Per valutarne i risultati occorre sapere anche quali obiettivi siano stati assegnati e chi ne risponda. Risultati commerciali e servizi di interesse generale possono essere valutati insieme, purché sia chiaro che cosa era stato richiesto e con quali risorse.

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Lorenzo Baldassarre

Sono un copywriter che collabora con diverse agenzie e siti web, principalmente su tematiche economiche-finanziarie, ma non solo. Easyfinanza.it è un mio progetto, che ho interamente sviluppato su tutti i suoi aspetti: contenuti, immagini, struttura del sito e piano editoriale basato sulla SEO.

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