Dai chip ai data center: la geografia del boom dell’AI
Un’impresa italiana, un professionista indiano e uno studente brasiliano possono utilizzare lo stesso chatbot. Dietro le risposte che ricevono ci sono processori, server e infrastrutture costruiti e acquistati soprattutto in alcune parti del mondo.
Nel 2025, Taiwan e Corea del Sud rappresentavano il 62% delle esportazioni nette del paniere di hardware collegato all’AI analizzato dal FMI. Il dato compare nel World Economic Outlook di ottobre 2026, pubblicato il 13 ottobre: riguarda gli scambi di specifici prodotti, non l’intera produzione mondiale di chip o i profitti dell’intelligenza artificiale.
L’accesso ai servizi può estendersi a molti Paesi, mentre gli investimenti nelle infrastrutture restano concentrati. Per capire come si distribuiscono le opportunità economiche bisogna seguire entrambi i percorsi.
La filiera comincia dall’hardware
Prima che un’applicazione possa generare una risposta, serve capacità di calcolo. I semiconduttori sono una componente essenziale di questa infrastruttura, insieme alle altre attrezzature necessarie a elaborare e conservare i dati.
Il dato del FMI riguarda le esportazioni nette, cioè la differenza fra esportazioni e importazioni. In un esempio puramente illustrativo, un’economia che vende hardware all’estero per 100 milioni e ne acquista per 40 registra esportazioni nette per 60 milioni.
La quota attribuita a Taiwan e Corea del Sud è calcolata sulla somma dei saldi positivi delle economie esportatrici considerate. Il paniere è definito attraverso codici doganali e il confronto esclude Hong Kong e Singapore. I dettagli sono nella figura 1.5 e nel testo delle pagine 5 e 6 del primo capitolo del rapporto.
Stati Uniti e Cina: dagli acquisti ai data center
Stati Uniti e Cina sono grandi importatori di hardware per l’AI. Nel 2025 rappresentavano oltre il 75% delle importazioni nette dello stesso paniere, secondo il FMI.
La quota è calcolata rispetto alle importazioni nette complessive delle economie in deficit nel paniere considerato. Descrive quindi gli acquisti netti di quelle attrezzature, anziché il valore complessivo degli investimenti nell’intelligenza artificiale.
L’hardware acquistato può alimentare un’altra fase della filiera: la costruzione delle infrastrutture nelle quali elaborare i dati e far funzionare i servizi.
A pagina 6 il FMI riporta che Stati Uniti e Cina rappresentano il 57% dei nuovi data center costruiti dal 2024. La quota riguarda le nuove strutture considerate dal rapporto, anziché il valore degli investimenti o la capacità di calcolo installata. Il passaggio non precisa la data finale della rilevazione né circoscrive il dato ai soli centri dedicati esclusivamente all’AI.
Hardware importato e nuove strutture descrivono aspetti diversi dell’espansione tecnologica. Il rendimento dei progetti dipenderà poi dai costi sostenuti, dai servizi venduti e dall’utilizzo effettivo delle infrastrutture.
Ai data center serve elettricità, oltre ai server
Un data center richiede una fornitura elettrica affidabile, collegamenti alla rete e sistemi di raffreddamento. La sua localizzazione dipende anche dalla possibilità di ottenere queste risorse nei tempi previsti.
Il rapporto Energy and AI, pubblicato nel 2025 dall’Agenzia internazionale dell’energia, evidenzia proprio il ruolo dell’elettricità nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’Agenzia segnala che i vincoli delle reti e i tempi di connessione possono ritardare i progetti.
Il fabbisogno delle infrastrutture tecnologiche va però distinto dagli shock energetici internazionali. Nel World Economic Outlook il FMI analizza anche i rincari e le interruzioni delle forniture legati alla guerra in Medio Oriente.
Sono fenomeni che possono sovrapporsi: nuovi investimenti aumentano la domanda di energia, mentre un conflitto può ridurne o complicarne l’offerta. I maggiori costi energetici descritti dal rapporto non possono essere attribuiti in blocco alla crescita dell’AI.
Secondo il FMI, le economie importatrici di energia poco inserite nella filiera tecnologica affrontano una combinazione particolarmente difficile. Pagano di più le importazioni e ricevono minori impulsi dalla domanda legata al boom tecnologico. Fra queste rientrano molti Paesi vulnerabili e a basso reddito.
Per le famiglie e le imprese di quei Paesi, i rincari possono tradursi in pressioni sull’inflazione e sul potere d’acquisto, anche quando l’economia locale partecipa poco agli investimenti nell’AI.
Gli investimenti arrivano prima degli eventuali guadagni di produttività
La costruzione delle infrastrutture genera ordini per fornitori, imprese edili e servizi tecnici. La parte di attività realizzata sul territorio contribuisce al PIL, il prodotto interno lordo, mentre gli acquisti dall’estero coinvolgono altre economie.
Il miglioramento della produttività richiede un passaggio ulteriore: utilizzare la nuova capacità per produrre più valore con le risorse disponibili.
Immaginiamo un’impresa che utilizza l’AI per gestire i documenti. Il fornitore riceve un pagamento; l’impresa ottiene un vantaggio se il sistema permette di risparmiare tempo, ridurre errori o migliorare il servizio abbastanza da giustificarne i costi.
Nel conto entrano anche la formazione, il controllo dei risultati e i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro. Un’attività svolta più rapidamente può richiedere verifiche aggiuntive; una soluzione efficace in un reparto può risultare poco utile in un altro.
I fornitori di infrastrutture possono dunque ricevere ordini prima che le imprese utilizzatrici ottengano risultati dai servizi acquistati.
Resta poi il rischio che alcuni investimenti deludano le aspettative. Nel commento che accompagna il rapporto, il FMI richiama la crescente dipendenza dell’espansione tecnologica da poche imprese, settori ed economie. La concentrazione rende più rilevante la solidità dei loro progetti.
Le proiezioni del World Economic Outlook utilizzano le informazioni disponibili fino al 1° ottobre 2026. Gli scenari restano condizionati alle ipotesi sulle quali sono costruiti.
Una riflessione per l’Italia e l’Europa
Secondo il rapporto ISTAT Imprese e ICT – Anno 2025, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti utilizzava almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, rispetto all’8,2% del 2024. Per il 2025, Eurostat indica una quota del 20% nell’Unione europea.
Il confronto riguarda le imprese con almeno dieci addetti dei settori industriali e dei servizi coperti dall’indagine europea. Nel confronto temporale va considerato anche l’ampliamento del questionario: nel 2025 è stata aggiunta la tecnologia per generare immagini, video e audio.
Le competenze restano un ostacolo concreto. Fra le imprese italiane che avevano preso in considerazione l’AI ma non la utilizzavano, il 58,6% indicava la mancanza di competenze tra le ragioni della mancata adozione, come precisa il rapporto integrale ISTAT. La percentuale si riferisce a quel gruppo, non a tutte le imprese italiane.
Un Paese può beneficiare dell’AI anche acquistando servizi dall’estero e applicandoli alle proprie attività. Per l’Italia e l’Europa, considero quindi importante affiancare alla posizione nelle filiere dell’hardware la capacità delle imprese di usare quei servizi.
I dati sull’adozione descrivono la diffusione della tecnologia. Per stabilire se questa abbia già migliorato la produttività servono misure su tempi, costi e qualità dei risultati, al netto delle risorse impiegate per introdurla. È su questi risultati che andrà valutato il valore creato dalle imprese utilizzatrici, anche quando chip e server arrivano dall’estero.