Finanza dal mondo

Le fintech dietro le quinte delle banche: chi sono e perché faticano a crescere

Immaginiamo una società italiana che sviluppa un software per riconoscere possibili frodi nei pagamenti. Una banca lo acquista e lo integra nei propri sistemi. Il cliente continua a usare l’app del suo istituto, senza conoscere il nome dell’azienda che contribuisce a proteggerne le operazioni.

È un esempio ipotetico, ma descrive un’attività che spesso rimane poco visibile. Molte fintech vendono tecnologie e servizi ad altre imprese, comprese le banche con cui, nell’immaginario comune, dovrebbero competere.

L’indagine della Banca d’Italia sugli operatori italiani non vigilati, pubblicata il 21 ottobre 2026 con dati riferiti al 2025, mostra quanto siano diffusi questi rapporti tra le aziende che hanno risposto. Per loro una banca può essere un cliente importante, anche se convincerla ad acquistare una soluzione richiede più di una buona idea.

Che cosa significa fintech non vigilata

Fintech indica l’impiego della tecnologia per sviluppare o migliorare servizi finanziari. Il termine comprende attività diverse e non corrisponde a un particolare tipo di autorizzazione.

Una banca o un istituto di pagamento sono intermediari autorizzati e sottoposti a vigilanza. Una società che fornisce loro un software può invece svolgere un’attività tecnologica senza diventare, per questo, un intermediario finanziario.

L’indagine considera operatori attivi nella finanza e nei pagamenti che non rientrano fra gli intermediari autorizzati e vigilati dalle autorità finanziarie e non sono iscritti nei relativi albi o registri.

Non vigilato non significa senza regole. Restano applicabili le norme sulla protezione dei dati e gli altri obblighi pertinenti all’attività svolta. La qualifica non permette neppure di esercitare liberamente attività finanziarie riservate a soggetti autorizzati.

Anche i contratti possono imporre requisiti stringenti. Una banca che affida una parte del proprio lavoro a un fornitore tecnologico deve poter contare sulla sicurezza e sulla continuità del servizio. I suoi obblighi possono quindi tradursi in richieste precise anche per l’azienda che sviluppa il software.

Il rapporto si basa sulle risposte volontarie di 157 delle 336 imprese individuate dalla Banca d’Italia, circa il 47%. Manca un elenco ufficiale esaustivo di questi operatori e la scelta di partecipare può influenzare i risultati. Le risposte descrivono dunque questo gruppo di aziende, senza rappresentare automaticamente tutte le fintech italiane o dimostrare quali fattori ne determinino la crescita.

I clienti sono soprattutto altre imprese

Nel rapporto integrale, il 73% dei rispondenti indica un modello prevalentemente B2B, cioè un’offerta rivolta ad altre imprese. I clienti possono essere banche e intermediari finanziari, ma anche aziende di altri settori o altre fintech.

Il 5% si rivolge soprattutto ai consumatori. Il restante 22% adotta un modello B2B2C, nel quale il servizio raggiunge il consumatore attraverso un’altra azienda.

Quanto ai rapporti con il sistema finanziario, il 66% dichiara di collaborare con almeno un intermediario vigilato. La categoria comprende le banche e gli istituti di pagamento, ma anche le assicurazioni e altri intermediari. Il dato riguarda le collaborazioni, che non coincidono necessariamente con la vendita di un prodotto a quella controparte.

Queste società possono occuparsi della sicurezza dei dati o sviluppare strumenti che aiutano gli intermediari a rispettare le norme. Altre forniscono tecnologie per i pagamenti o per valutare le richieste di credito. Dietro un servizio accessibile dall’app della banca può esserci, insomma, il lavoro di più aziende.

L’indagine riguarda però soltanto gli operatori non vigilati. Non permette quindi di concludere che tutte le fintech italiane lavorino soprattutto come fornitori delle banche.

L’intelligenza artificiale serve a risolvere problemi concreti

Fra le tecnologie impiegate, l’AI è molto diffusa. Il 70% delle imprese rispondenti dichiara di utilizzarla, mentre il 29% la considera la propria tecnologia prevalente.

Non si tratta soltanto di chatbot. Il rapporto distingue i sistemi predittivi, usati per formulare previsioni e supportare decisioni, dall’AI generativa e dagli agenti capaci di eseguire attività con un intervento umano limitato.

Un’applicazione può aiutare a valutare il rischio di un finanziamento. Un’altra può elaborare documenti e sintetizzare informazioni. Sono impieghi che rispondono a esigenze concrete di chi deve gestire grandi quantità di dati o ridurre operazioni ripetitive.

Per chi sviluppa queste soluzioni, il problema successivo è riuscire a portarle nei sistemi del cliente.

Vendere a una grande banca richiede più di un buon software

Circa il 60% delle imprese indica nella complessità delle procedure d’acquisto dei grandi clienti il principale ostacolo alla crescita.

Nel rapporto si parla di procurement, ossia del processo con cui un’organizzazione seleziona i fornitori e acquista beni e servizi. Prima di firmare un contratto, il cliente può dover valutare l’affidabilità della società tecnologica e controllare come protegge i dati. Deve poi negoziare le condizioni del servizio e verificare che la soluzione possa funzionare insieme ai sistemi già in uso.

Nel caso del software antifrode, per esempio, riconoscere operazioni sospette sarebbe soltanto una parte del lavoro. La banca vorrebbe sapere anche che cosa accadrebbe in caso di interruzione e come verrebbero gestite le informazioni dei clienti.

Sono verifiche che possono rispondere a esigenze tecniche, commerciali e regolamentari. Per una piccola impresa, però, preparare la documentazione e adattare il prodotto richiede lavoro prima che l’accordo generi ricavi.

La fintech deve quindi dimostrare di poter fornire un servizio affidabile nel tempo, oltre a presentare una tecnologia che funziona.

Le risorse necessarie per arrivare sul mercato

Sostenere questo lavoro richiede finanziamenti. Nel campione, l’84% include i mezzi propri fra le fonti utilizzate. È la quota delle aziende che indicano questa fonte, non la sua incidenza sul capitale complessivamente raccolto dal settore. La domanda consentiva risposte multiple, quindi una stessa impresa può aver utilizzato anche finanziamenti esterni.

Il 64% dichiara investimenti annui inferiori a 200.000 euro in prodotti e servizi fintech. Con risorse limitate, continuare a sviluppare la soluzione mentre si cerca un cliente può diventare difficile.

Il 26% ha interrotto almeno un progetto nell’ultimo anno. Era il 16% nella precedente indagine, ma i due gruppi di rispondenti non coincidono. Limitando il confronto alle aziende presenti in entrambe le rilevazioni, la quota passa dal 17% al 23%. Fra le ragioni dichiarate figurano la mancanza di risorse finanziarie e lo scarso interesse del mercato.

Quando la banca è il cliente

Per le fintech che lavorano con gli intermediari, una banca può essere il cliente attraverso cui una tecnologia raggiunge gli utilizzatori dei suoi servizi. Dal punto di vista del consumatore, l’innovazione può arrivare sotto il marchio dell’istituto a cui si affida già, senza bisogno di aprire un nuovo conto o scaricare un’altra app.

Per il fornitore, entrare in quella relazione richiede più dello sviluppo del software. Finché non trova clienti disposti a utilizzarlo e a pagarlo, anche un prodotto tecnicamente valido resta un’attività da finanziare.

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Lorenzo Baldassarre

Sono un copywriter che collabora con diverse agenzie e siti web, principalmente su tematiche economiche-finanziarie, ma non solo. Easyfinanza.it è un mio progetto, che ho interamente sviluppato su tutti i suoi aspetti: contenuti, immagini, struttura del sito e piano editoriale basato sulla SEO.

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