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Imprese zombie: perché essere in difficoltà non significa essere senza futuro

Un’impresa fatica a pagare gli interessi sui debiti per diversi anni consecutivi, ma continua a lavorare. Nei bilanci si accumulano segnali di debolezza. È un’azienda senza prospettive oppure sta attraversando una crisi dalla quale potrebbe uscire?

Il problema è distinguere un’impresa che attraversa una crisi temporanea da una che non ha prospettive di recupero. I risultati degli ultimi anni possono segnalare una difficoltà, ma non raccontano necessariamente ciò che accadrà in futuro.

Il Working Paper 2026/227 del Fondo monetario internazionale, pubblicato il 23 ottobre 2026 e firmato da Alexander Amundsen, Amélie Lafrance-Cooke e Danny Leung, affronta proprio questa difficoltà. La sua tesi è che risultati persistentemente deboli e assenza di prospettive economiche non siano la stessa cosa.

Che cosa significa essere un’impresa zombie

L’espressione indica aziende che restano sul mercato pur mostrando debolezze economiche persistenti. Una parte della letteratura ne spiega la sopravvivenza attraverso prestiti favorevoli, sostegni pubblici o difficoltà nelle procedure di chiusura.

Identificarle, però, è meno semplice di quanto suggerisca l’etichetta. Gli studiosi utilizzano criteri diversi, che possono comprendere redditività, indebitamento e condizioni del credito.

La definizione principale adottata nel paper considera imprese con almeno dieci anni di attività e un risultato prima di interessi e imposte insufficiente a coprire gli interessi per tre anni consecutivi. Il requisito dell’età serve a distinguere queste aziende da quelle giovani, che possono registrare risultati deboli mentre investono per crescere.

Gli autori verificano anche un criterio che combina difficoltà nel pagare gli interessi, ricavi in calo e indebitamento elevato. Un’altra prova aggiunge alla definizione principale un costo medio del debito inferiore a quello delle imprese più grandi e solide.

Una crisi può durare senza cancellare il valore dell’impresa

Immaginiamo una piccola azienda manifatturiera che perda temporaneamente alcuni ordini. I macchinari sono ancora utilizzabili, le competenze rimangono e ci sono clienti interessati a nuove commesse. Per alcuni anni i risultati possono essere insufficienti, pur restando credibile un recupero.

In questo esempio ipotetico, chiudere subito potrebbe significare rinunciare ai redditi futuri dell’attività. Continuare richiede invece di valutare se quei redditi attesi giustifichino i costi e i rischi da affrontare.

Gli economisti chiamano questa prospettiva valore di continuazione. È il valore economico del proseguimento dell’attività, considerando anche i possibili risultati futuri. Può restare positivo quando il bilancio corrente è negativo.

Molte aziende escono dalla classificazione zombie

Per osservare queste dinamiche, i ricercatori utilizzano dati amministrativi canadesi del periodo 2000–2019 e dati societari europei del 2004–2019. I sette Paesi europei sono Belgio, Francia, Grecia, Italia, Spagna, Svezia e Regno Unito.

Le aziende classificate come zombie risultano spesso poco produttive e molto piccole. Circa il 65% di quelle canadesi ha da uno a cinque dipendenti; nel campione europeo la quota è intorno al 45%.

La loro condizione, però, può cambiare. Con la definizione principale, la tabella 3 del paper mostra che il 30,94% delle imprese zombie canadesi ancora attive nell’anno successivo esce da quella classificazione. Nel campione europeo la quota è del 25,75%.

Il confronto riguarda le aziende che sopravvivono da un anno all’altro, lasciando fuori quelle che chiudono. Uscire dalla categoria significa non soddisfare più il criterio utilizzato, senza che questo garantisca una ripresa duratura.

Un modello senza prestiti favorevoli né sussidi

Come spiegare questi passaggi? Gli autori costruiscono una simulazione nella quale la produttività delle imprese oscilla nel tempo. Una sequenza sfavorevole può comprimere i risultati per diversi anni, mentre la possibilità di un miglioramento conserva valore.

Nella simulazione le imprese si finanziano con risorse interne. Non ci sono banche che rinnovano prestiti per evitare di riconoscere perdite, aiuti pubblici o barriere che impediscano la chiusura. Un’azienda continua a operare soltanto se il valore atteso dell’attività rimane positivo.

Anche in queste condizioni emergono imprese che rientrerebbero nelle normali classificazioni zombie. Le difficoltà possono durare, e modificare la capacità produttiva ha un costo, ma proseguire rimane economicamente giustificato.

Nel modello la definizione viene adattata all’assenza di debito, considerando risultati non positivi per tre anni consecutivi e almeno dieci anni di attività. La simulazione riproduce una parte rilevante delle caratteristiche osservate nei dati, comprese le transizioni.

È una spiegazione possibile della presenza di imprese deboli. Non dimostra che credito agevolato e sussidi siano irrilevanti nell’economia reale.

Che cosa rappresenta lo 0,25%

Gli autori cercano poi un criterio più severo, costruito per escludere quasi tutte le imprese che il modello riconosce come vitali.

Richiedono cinque anni consecutivi di risultato prima di interessi e imposte nullo o negativo. All’ultimo anno, ricavi e produttività devono inoltre essere inferiori sia all’anno precedente sia a quattro anni prima. La combinazione cerca di escludere aziende ancora in espansione o già in recupero.

Applicando il criterio ai dati, le quote oscillano intorno allo 0,25% delle imprese, in Canada e nella media europea riportata nello studio. La Grecia è esclusa da questa analisi per carenze nei dati sulla produttività.

La percentuale riguarda l’insieme delle imprese nei campioni utilizzati, non soltanto quelle già classificate come zombie. La media europea è una media semplice delle quote nazionali.

Si tratta di una classificazione costruita attraverso il modello, non di un conteggio delle aziende che falliranno. Il suo significato dipende dalle ipotesi adottate sulla produttività e sulle decisioni delle imprese.

Quando finanziare un’azienda può avere senso

Un prestito può permettere a un’impresa con prospettive credibili di superare una fase negativa. È diverso dal sostenere indefinitamente un’attività senza possibilità realistiche di recupero. Il paper, tuttavia, non misura direttamente gli effetti del credito: il suo modello esclude i finanziatori esterni.

Anche le ragioni di chi finanzia contano. In un caso ipotetico, un proprietario potrebbe accettare perdite perché la società dà visibilità ad altre sue attività. Quel vantaggio andrebbe valutato separatamente dai risultati della singola impresa.

Chi investe capitale proprio assume direttamente il rischio. Per una banca, invece, il finanziamento incide sul suo bilancio; un aiuto pubblico coinvolge risorse collettive. La sostenibilità dell’attività resta una domanda da esaminare, senza ricavarla automaticamente dall’identità del finanziatore.

Il confine tra crisi e assenza di prospettive

Il campione canadese comprende società con dipendenti e dichiarazioni fiscali utilizzabili. I dati europei provengono da Orbis, la cui copertura varia e tende a sottorappresentare le imprese più piccole. L’Italia è inclusa, ma le percentuali aggregate non descrivono automaticamente la situazione italiana attuale.

Le conclusioni sono degli autori, non necessariamente del FMI. Il lavoro non offre una formula infallibile per decidere chi finanziare.

Gli indicatori contabili restano utili per riconoscere una difficoltà persistente. Stabilire se un’impresa abbia ancora un futuro richiede però di valutare come possa tornare a generare risultati economici sostenibili. L’etichetta zombie segnala un problema da indagare; da sola non dimostra che continuare l’attività sia privo di valore economico.

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Lorenzo Baldassarre

Sono un copywriter che collabora con diverse agenzie e siti web, principalmente su tematiche economiche-finanziarie, ma non solo. Easyfinanza.it è un mio progetto, che ho interamente sviluppato su tutti i suoi aspetti: contenuti, immagini, struttura del sito e piano editoriale basato sulla SEO.

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