Terre rare: perché aprire nuove miniere non basta a ridurre la dipendenza dalla Cina
Una nuova miniera fuori dalla Cina può aumentare l’offerta di terre rare senza rendere autonomo il Paese che la ospita. Se il materiale estratto deve ancora passare dagli impianti cinesi per essere lavorato, l’industria continua a dipendere da quel passaggio.
Il giacimento è soltanto l’inizio della filiera. Nel BIS Bulletin n. 139, pubblicato il 26 ottobre 2026, Ryan Niladri Banerjee, Michael Chui e Leonardo Gambacorta spiegano perché alcune lavorazioni possano creare dipendenze difficili da ridurre, anche quando le materie prime provengono da Paesi diversi.
Dall’estrazione al magnete ci sono altri passaggi
Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici. Alcuni servono a produrre magneti permanenti impiegati, per esempio, nei motori di veicoli elettrici e nei generatori eolici. Il neodimio entra nella composizione dei magneti indicati con la sigla NdFeB, insieme a ferro e boro.
Prima di ottenere un componente utilizzabile, però, occorrono diverse trasformazioni. Il materiale estratto viene concentrato; la separazione permette di isolare gli elementi utili, spesso presenti insieme e chimicamente simili. Seguono la raffinazione per ottenere i metalli e la produzione delle leghe e dei magneti.
Il rapporto del Dipartimento dell’Energia statunitense del 2022, ripreso dalla BIS, mostra quanto possa cambiare la concentrazione lungo questo percorso. Nella tabella 5, riferita al 2020, alla Cina viene attribuito il 58% dell’estrazione mondiale di terre rare, contro il 92% della produzione di magneti NdFeB sinterizzati, una specifica tipologia ottenuta da polveri metalliche.
Sono quote riferite a segmenti diversi e a un anno preciso, non percentuali aggiornate al 2026. Il secondo dato riguarda quella categoria di magneti, non tutti gli impieghi delle terre rare.
Una miniera alternativa può quindi modificare l’origine del materiale senza cambiare il luogo in cui viene separato, raffinato e trasformato. Per un produttore di motori, la disponibilità del minerale e quella del magnete sono problemi collegati, ma distinti.
Il Giappone ha diversificato, senza eliminare ogni dipendenza
Costruire una filiera alternativa richiede capacità che non si ottengono con il solo acquisto di macchinari. Gli impianti devono raggiungere la qualità richiesta dai clienti e funzionare a costi sostenibili. Servono tecnici esperti. Un impianto che lavora grandi volumi, inoltre, può distribuire i costi fissi su una maggiore quantità di prodotto.
La ricostruzione della BIS attribuisce il vantaggio cinese anche all’integrazione fra le diverse lavorazioni, alla ricerca e alle economie di scala. Al di fuori di questa rete, sviluppare un singolo impianto può lasciare irrisolti altri passaggi della produzione.
Il Giappone ha cercato di ridurre questi rischi dopo i problemi di approvvigionamento del 2010. Un intervento concreto arrivò nel marzo 2011, quando l’agenzia pubblica JOGMEC e il gruppo Sojitz annunciarono un accordo da 250 milioni di dollari, fra prestiti e capitale, con l’australiana Lynas. Il progetto associava l’estrazione in Australia alla separazione e raffinazione in Malaysia, per assicurare forniture al mercato giapponese.
Diversificare significava sostenere più fasi della filiera, distribuite fra Paesi diversi.
Nel grafico del Bulletin, la quota cinese sul valore delle importazioni giapponesi del gruppo di composti analizzato scende da circa l’80% a minimi intorno al 40% a metà degli anni 2010. Sono quote aggregate in valore: non descrivono le quantità fisiche di ogni materiale né la dipendenza attuale.
I risultati variano infatti da un composto all’altro. Per l’ossido di lantanio, usato nei vetri ottici di alta qualità, le forniture risultano ancora quasi tutte cinesi nei dati esaminati dagli autori. Le alternative, osservano i ricercatori, possono inoltre costare di più.
La diversificazione può dunque ridurre il rischio senza cancellarlo. Le reazioni delle imprese alle restrizioni commerciali cambiano i rapporti fra fornitori e clienti. Per chi cerca un’alternativa, però, occorre che il nuovo fornitore possa consegnare il materiale nella forma e nei tempi richiesti.
In Thailandia bisognava far ripartire fabbriche già esistenti
Un impianto fermo per un’alluvione pone un problema diverso da una capacità industriale che altrove manca o è insufficiente.
Prima delle alluvioni del 2011, la Thailandia realizzava circa il 40% della produzione mondiale di hard disk, secondo la ricostruzione degli autori. L’allagamento delle fabbriche interruppe forniture utilizzate dai produttori di computer anche lontano dal Paese.
Western Digital riuscì a riavviare una parte delle attività in 46 giorni. Il comunicato societario del 1° dicembre 2011, conservato nell’archivio della SEC, precisa che la produzione era ripresa il 30 novembre in un edificio del sito di Bang Pa-in, sommerso dal 15 ottobre.
Quei 46 giorni indicano una ripartenza parziale di Western Digital, non il ritorno alla normalità dell’intera industria thailandese. Lo stesso comunicato spiegava che altri stabilimenti della società erano ancora sott’acqua e prevedeva vincoli alle forniture anche nei mesi successivi.
Il Bulletin ricorda inoltre l’utilizzo di scorte trasferite in luoghi più sicuri prima dell’alluvione e il mantenimento del personale durante la crisi. Conservare le competenze dei dipendenti consentiva di avere una squadra pronta quando gli impianti fossero tornati utilizzabili.
Quando servono le scorte e quando nuovi impianti
Per gli autori, la risposta dipende dalla natura dell’interruzione. In Thailandia occorreva recuperare capacità produttive già operative prima dell’alluvione. Scorte e fornitori presenti in più località potevano aiutare a superare la fase più difficile.
Una dipendenza persistente dalle lavorazioni concentrate in Cina può invece richiedere la costruzione di capacità alternative. In questo caso vanno sviluppati anche processi e competenze che permettano di produrre con continuità. Le scorte danno tempo, ma non aggiungono capacità industriale.
L’allegato online del Bulletin sottolinea proprio il limite delle risposte temporanee: le riserve di materiali possono esaurirsi, mentre modificare i percorsi commerciali non garantisce una soluzione duratura alle restrizioni.
I due casi non dimostrano quale intervento funzioni sempre meglio. Il confronto è descrittivo e le valutazioni appartengono agli autori, non necessariamente alla BIS. La loro conclusione è che riportare la produzione in patria o eliminare ogni concentrazione non assicuri automaticamente una protezione proporzionata ai costi.
Per l’Europa conta anche la capacità di lavorazione
Il tema riguarda le filiere europee che utilizzano questi materiali. Come spiega la Commissione, il Critical Raw Materials Act dell’Unione europea considera più stadi produttivi, dall’estrazione alla lavorazione e al riciclo, insieme alla diversificazione degli approvvigionamenti.
Per leggere gli annunci di nuovi giacimenti, oltre alla quantità di risorse disponibili occorre quindi capire dove e da chi il materiale verrà trasformato.
Una miniera può cambiare l’origine della materia prima. Per ridurre anche la dipendenza industriale, occorre poter ottenere altrove il materiale lavorato o il componente richiesto. Altrimenti cambia il giacimento, ma lo stabilimento da cui dipende la produzione può rimanere lo stesso.