Finanza dal mondo

Commercio mondiale: perché ai Paesi più poveri va solo l’1% delle esportazioni di merci

Nel 2024, quasi la metà delle merci esportate nel mondo proveniva dai Paesi in via di sviluppo. Eppure, i Paesi meno avanzati, che fanno parte dello stesso gruppo, rappresentavano appena l’1,1% del totale.

A spiegare questa differenza è il rapporto Two Decades of Trade and Development Partnerships, pubblicato il 29 ottobre 2026 dall’OCSE e dall’Organizzazione mondiale del commercio.

Negli ultimi vent’anni, anche le economie più fragili hanno aumentato le proprie esportazioni, ma il loro peso nel commercio mondiale è cambiato poco. Il problema non è soltanto trovare Paesi disposti ad acquistare i loro prodotti. Per vendere all’estero servono anche strade, energia, imprese capaci di produrre, finanziamenti e prodotti che rispettino gli standard richiesti dai mercati internazionali.

I Paesi in via di sviluppo non sono tutti uguali

Quando si parla di Paesi in via di sviluppo, si tende a pensare alle economie più povere. In realtà, nella classificazione statistica utilizzata dal rapporto, questa categoria comprende anche grandi esportatori come Cina, India e Messico, oltre a economie avanzate come Corea del Sud e Singapore. Non coincide, quindi, con l’elenco dei Paesi che ricevono aiuti allo sviluppo.

I Paesi meno avanzati, conosciuti anche con la sigla inglese LDC, sono invece un gruppo più ristretto. Vengono individuati dalle Nazioni Unite considerando il reddito degli abitanti, le condizioni di salute e istruzione e la fragilità economica e ambientale.

Questa distinzione è importante per leggere correttamente i dati.

La Cina, per esempio, è passata dall’8% delle esportazioni mondiali di merci nel 2006 al 14,6% nel 2024. Una crescita che ha contribuito molto ai risultati dell’intero gruppo dei Paesi in via di sviluppo.

L’aumento delle esportazioni, quindi, non significa che tutte queste economie abbiano fatto gli stessi progressi. Alcune sono diventate grandi potenze commerciali, mentre altre continuano a incontrare difficoltà anche solo per portare i propri prodotti sui mercati esteri.

Le esportazioni aumentano, ma la quota mondiale resta piccola

I dati del secondo capitolo del rapporto mostrano quanto sia ancora grande la distanza tra i Paesi in via di sviluppo nel loro insieme e quelli meno avanzati.

Quota delle esportazioni mondiali20062024
Merci dei Paesi in via di sviluppo38%48%
Merci dei Paesi meno avanzaticirca 0,8%1,1%
Servizi dei Paesi in via di sviluppo25%33%
Servizi dei Paesi meno avanzati0,42%0,54%
Fonte: elaborazioni OMC su stime OMC–UNCTAD, grafici 2.4, 2.5, 2.13 e 2.15 del rapporto. Valori arrotondati.

Tra il 2006 e il 2024, le esportazioni di merci dei Paesi meno avanzati sono passate da 95 a 277 miliardi di dollari. Quelle di servizi commerciali sono cresciute ancora più rapidamente, passando da 9,5 a 47 miliardi di dollari, quasi cinque volte tanto.

Sono cifre espresse in dollari correnti, quindi risentono anche dell’aumento dei prezzi e non indicano soltanto una crescita delle quantità vendute.

I progressi sono comunque importanti. Ma se un Paese parte da livelli molto bassi e nel frattempo cresce anche il commercio mondiale, può aumentare molto le proprie vendite senza guadagnare una quota significativa del mercato globale.

Inoltre, non tutti i Paesi meno avanzati contribuiscono allo stesso modo. Bangladesh, Cambogia e Myanmar rappresentano gran parte delle esportazioni manifatturiere del gruppo, soprattutto grazie al settore tessile e dell’abbigliamento.

Per esportare non basta trovare un compratore

Vendere un prodotto all’estero può sembrare semplice, almeno sulla carta. Un’impresa produce qualcosa, trova un cliente e organizza la spedizione. Nella pratica, soprattutto nei Paesi più poveri, ogni passaggio può diventare un ostacolo.

Se le strade sono in cattive condizioni, trasportare le merci costa di più. Se manca una fornitura stabile di elettricità, produrre diventa difficile. A questi problemi si aggiungono la mancanza di finanziamenti, di personale preparato e le procedure doganali che possono rallentare le spedizioni.

Anche la tecnologia può aiutare, ma servono connessioni affidabili e persone capaci di utilizzare i servizi digitali. Lo stesso vale per le certificazioni richieste dai mercati internazionali. Per una piccola impresa, rispettare standard diversi da un Paese all’altro può richiedere investimenti difficili da sostenere.

Un esempio arriva dall’Etiopia, dove il settore del miele ha dovuto affrontare proprio alcuni di questi problemi.

Tra il 2018 e il 2022, un progetto sostenuto dall’Enhanced Integrated Framework, un programma internazionale dedicato al commercio dei Paesi meno avanzati, ha cercato di migliorare la raccolta, la lavorazione e la certificazione del miele.

Secondo i risultati riportati dal governo etiope e dai responsabili del progetto, sono stati realizzati otto centri per raccogliere, lavorare e vendere il prodotto. Oltre mille produttori hanno ottenuto una certificazione e più di 130 tonnellate di miele lavorato e confezionato hanno raggiunto i mercati formali.

Questo non significa che tutto il miele sia stato esportato. Inoltre, i risultati riportati non sono accompagnati da una valutazione che confronti i produttori coinvolti con un gruppo che non ha ricevuto gli stessi aiuti.

Il caso mostra però quanto possa essere importante aiutare le imprese a produrre, lavorare e certificare le merci, oltre a facilitare l’accesso ai mercati esteri.

Come sono stati utilizzati i 795 miliardi di Aid for Trade

Per affrontare queste difficoltà esiste anche un programma internazionale chiamato Aid for Trade, che raccoglie finanziamenti da singoli Paesi e organizzazioni internazionali per aiutare le economie più fragili a partecipare al commercio mondiale.

Tra il 2006 e il 2024, secondo il rapporto, sono stati erogati a questi interventi 795 miliardi di dollari, calcolati tenendo conto dell’inflazione e usando i prezzi del 2024.

La maggior parte dei fondi è andata ad Africa e Asia, che hanno ricevuto rispettivamente il 38% e il 35% del totale. Ai Paesi meno avanzati è stato destinato il 28%.

Queste percentuali non vanno sommate, perché molti Paesi meno avanzati si trovano proprio in Africa e in Asia.

Ma per cosa sono stati utilizzati i finanziamenti?

Circa il 52% è servito a migliorare infrastrutture come trasporti, energia e comunicazioni. Un altro 45% ha sostenuto le attività produttive, dall’agricoltura all’industria, fino ai servizi finanziari. Il restante 3% è andato a interventi sulle regole e sulle politiche commerciali.

Come chiarisce la nota statistica del rapporto, la cifra complessiva comprende sia contributi economici sia prestiti a condizioni agevolate.

Si tratta inoltre di somme effettivamente versate, conteggiate senza sottrarre i rimborsi dei prestiti. Non tutti i finanziamenti sono stati destinati direttamente alle esportazioni, perché comprendono anche progetti più ampi per lo sviluppo dell’economia.

Gli aiuti hanno funzionato davvero?

Guardare soltanto alla quota delle esportazioni mondiali non basta per capire se questi finanziamenti abbiano dato risultati.

Il fatto che i Paesi meno avanzati rappresentino ancora l’1,1% delle esportazioni mondiali di merci non significa che gli aiuti siano stati inutili. Allo stesso modo, non possiamo attribuire interamente ad Aid for Trade la crescita delle esportazioni dei Paesi in via di sviluppo dal 38% al 48%.

Per capire meglio gli effetti degli interventi, il rapporto prende in esame anche i risultati di singoli progetti e alcune analisi statistiche.

Una di queste, presentata nel riquadro 1.1, utilizza dati sugli scambi tra Paesi dal 2010 al 2023.

Secondo le stime, un raddoppio degli aiuti destinati alle infrastrutture economiche è associato a un aumento del 2% delle esportazioni manifatturiere tra i Paesi considerati. Per gli aiuti destinati a migliorare le regole e le politiche commerciali, l’aumento associato è del 3,1%.

Si tratta però di risultati statistici, validi per il periodo e gli interventi analizzati. Non permettono di stabilire quanto della crescita complessiva del commercio sia dovuto direttamente agli aiuti.

C’è anche un altro limite. Non esiste un sistema unico per valutare tutti i progetti e spesso è difficile capire quanto un intervento abbia contribuito, nel tempo, a creare posti di lavoro o aumentare il reddito delle persone.

Meno aiuti pubblici, mentre i capitali privati faticano ad arrivare

Nel 2024 i finanziamenti Aid for Trade hanno raggiunto 51 miliardi di dollari, il 2% in più rispetto all’anno precedente. L’aumento dei fondi provenienti dalle organizzazioni internazionali ha compensato la riduzione di quelli messi a disposizione dai singoli Paesi.

Le prospettive per i prossimi anni, però, sono meno favorevoli.

Secondo le stime OCSE riportate nello studio, i finanziamenti bilaterali, cioè quelli erogati dai singoli Paesi donatori, potrebbero diminuire di circa il 22% tra il 2024 e il 2026.

La previsione si basa sull’ipotesi che la distribuzione degli aiuti tra i diversi settori rimanga invariata. Non si tratta quindi di un dato definitivo né di una stima del calo di tutti i finanziamenti Aid for Trade.

Una possibile alternativa è coinvolgere maggiormente gli investitori privati. Ma anche qui emergono delle difficoltà.

Nel 2024, soltanto il 6% dei capitali privati raccolti grazie a interventi pubblici nei settori legati al commercio è arrivato ai Paesi meno avanzati. Una quota molto più bassa rispetto al circa 30% dei finanziamenti Aid for Trade.

Il motivo è che non tutti i progetti riescono ad attirare investitori privati, soprattutto quando i guadagni sono incerti o richiedono molto tempo per arrivare.

Per questo, secondo il rapporto, gli aiuti pubblici e i prestiti a condizioni particolarmente favorevoli restano importanti per sostenere le attività che avrebbero maggiori difficoltà a trovare finanziamenti.

Per capire i progressi bisogna guardare oltre le percentuali

Una dogana più veloce, una strada migliore o una certificazione possono permettere a un’impresa di raggiungere nuovi clienti. Ma questi cambiamenti non fanno necessariamente crescere subito la quota di un Paese nelle esportazioni mondiali.

Per capire se gli aiuti funzionano, quindi, bisogna guardare anche a quello che succede alle imprese che ne beneficiano. Riescono a vendere di più? A produrre meglio? A creare lavoro e aumentare i redditi?

La quota del commercio mondiale resta un dato importante, ma racconta soltanto una parte della storia. Per valutare i risultati degli aiuti bisogna capire quali ostacoli sono stati superati e cosa è cambiato davvero per le imprese e per le persone.

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Lorenzo Baldassarre

Sono un copywriter che collabora con diverse agenzie e siti web, principalmente su tematiche economiche-finanziarie, ma non solo. Easyfinanza.it è un mio progetto, che ho interamente sviluppato su tutti i suoi aspetti: contenuti, immagini, struttura del sito e piano editoriale basato sulla SEO.

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